In the mouth of Orwell

1984 di Orwell è diventato in questi anni un emblema feticistico, citato (molte volte a cazzo di cane, NdR) da tutto lo scibile antisistemista per dimostrare che siamo in dittatura e loro sono la resistenza.

Eppure io credo che Orwell centri poco con la realtà attuale. Anzi, non ci ficca una beata fava.

Gli orwellisti appoggiano le loro tesi sul fatto che vivremmo in una dittatura totalitaria che ha imposto alla massa la sua visione generale e chi si allontana da essa rischia di finire in qualche cella del Ministero dell’Amore a subire indicibili torture. A me invece sembra che funzioni esattamente nella maniera opposta: se tu stai col governo sei considerato un paria, un traditore, un delinquente che deve essere rieducato. In po’ come se Winston Smith avesse rapito O’Brian nel sonno e lo avesse torturato a colpi di clitoride.

Altro aspetto alquanto fallace dei teorici del millenovecentonovantaquattrismo è il conformismo generato dal pensiero unico. A me risulta invece ci sia sì un pensiero unico ma una miriade di unici pensieri che non vanno mai e poi mai contestati, pena la fatwa. Neofascisti, neomarxisti, austroliberisti,  non credo avrebbero avuto vita facile nel mondo distopico di Owell, eppure li vedi uscire ogni giorno dalle fottute pareti, scassandoti la minchia coi loro opposti politicamente corretti.

Ultimo aspetto che inficia il ragionamento degli orwellisti è di tipo estetico. I più accaniti e convinti feticisti di 1984 sono, paradossalmente, quei tipi di personaggi che Orwell aveva sempre combattuto e sempre osteggiato. Mi riferisco ai comunisti, ai fascisti e ai liberisti, che lo citano a casaccio per dimostrare che le loro tesi non vengono valutate non perchè sono emerite minchiate ma perché la dittatura li discrimina. Sarebbe come se i musulmani citassero la Fallaci per dimostrare di essere maltrattati.

Se proprio volete cercare una metafora distopica per descrivere il mondo di oggi, lasciate in pace Orwell, che poverino non potrebbe difendersi. Andate piuttosto a tirare la giacchetta a Carpenter. Il suo “In the mouth of madness” vale più di qualunque analisi sociologica fai-da-te.