Intellettuale/Uomo della strada: e se la situazione fosse un po’ più complessa?

Stavo leggendo un articolo che aveva per oggetto indiretto il caso delle dichiarazioni della Serrachiani in cui si criticava l’attegiamento degli intellettuali. La cosa mi ha fatto un po’ sorridere visto che anche l’autore è un intellettuale, e leggendo tra le righe sembrava indirettamente dare ragione alla visione di senso comune secondo cui il mondo si divida tra intellettuali colti e buonisti e uomini comuni razzisti.

Dal mio punto di vista di semplice uomo della strada ritengo che in realtà la situazione sia molto più complessa e molto più sfaccettata di quanto sembri.

Innanzitutto è alquanto manicheo considerare gli intellettuali quelli sempre buonisti e lontani dalla realtà, mentre il resto del genere umano, in quanto vittima delle turbolenze del tempo diventi razzista, violento, reazionario, ecc….

Prendiamo ad esempio le elezioni in Francia, si diceva sempre che la Le Pen era la candidata del popolo in lotta contro le elités, ovvero la candidata dei cosiddetti “perdenti della globalizzazione”. Se fosse davvero così non si capirebbe come mai era sostenuta anche da intellettuali più o meno di chiara fama, che non hanno mai vissuto un giorno della loro vita in fabbrica e che mantengono comunque un tenore di vita dignitoso. Prendiamo Fusaro, ad esempio. Fusaro è uno che ha raggiunto una certa fama, scrive libri per importanti case editrici ed è un ospite praticamente fisso in diversi programmi televisivi. Ora, secondo voi, uno così lo potremmo definire un “perdente della globalizzazione”? A me francamente verrebbe da considerarlo un “vincente della globalizzazione”, visto che il successo l’ha ottenuto proprio in piena epoca globalizzatrice. Eppure Fusaro era uno che aveva sostenuto la Le Pen, e così come lui altri intellettuali, magari meno famosi, ma di sicuro non gente condannata a vivere in qualche casa popolare in periferia, circondati da spacciatori e clandestini.

Ma oltre a questo potremmo pensare, ad esempio, anche a quelle infinite schiere di intellettuali che hanno a cuore la causa palestinese. Ora, a me non sembra che gli intellettuali tipo Chomsky abbiano avuto la mamma araba che è stata cacciata dall’esercito israeliano durante la I guerra arabo-israeliana. Eppure molti intellettuali sono anti-israeliani pur non avendo mai avuto a che fare con un israeliano in vita loro.

Sarebbe bastato citare questi piccoli esempi per, non dico mettere in crisi, ma avanzare una piccola confutazione a quanto descritto da questa persona. Ma prima di tutto chiediamoci: come mai allora questo paradosso? Qualcuno anni fa aveva scritto che Hegel era un coglione. Tuttavia, anche a un orologio rotto capita di segnalare l’ora esatta almeno una volta al giorno e questo è anche il caso di Hegel, il quale sosteneva: noi non siamo quel che mangiamo, ma quel che pensiamo.

Ciò non vuol dire che dietro alcuni comportamenti non ci siano delle motivazioni razionali. Io ad esempio ho scritto un articolo contro il buonsimo digitale perchè i troll mi stanno sul cazzo e non mi fotte niente di accoglierli sul mio sito. Ma poi c’è gente che nel mondo reale vorrebbe dare l’ergastolo a chi si beve un cognac e poi su internet sguazza allegramente col peggior becerume perchè tanto su facebook c’è la libbbertà.

Il fatto è molto semplice: il mondo non è diviso tra persone con una certa cultura che gli fa vedere il mondo in un certo modo e persone con una cultura più semplice che gli fa vedere il mondo in un altro modo. Il mondo si divide semplicemente in gente che la pensa in un certo modo e gente che invece la pensa in un altro modo.

Non è lo status a fare la differenza, ma l’ideologia.

Le leggi razziali e il conseguente olocausto non furono scelte dettate dagli umori dell’uomo della strada (oggi diremmo la pancia) ma da secoli e secoli di infamità diffuse e predicate dai teologi prima e dagli intellettuali poi. Il manifesto della razza fu redatto da intellettuali e come potremmo dimenticare il contributo di Heidegger che diceva che la Shoah fu colpa degli ebrei stessi perchè “non si erano voluti riformare”? Per carità. Probabilmente c’erano anche ampi strati di popolazione che erano antisemiti di loro, ma è anche vero che ci furono anche semplici cittadini che si ribellarono a quell’ondata di intolleranza (così come molti altri intellettuali, certamente).

Quindi no. Non penso sia esatto dire che l’intellettuale ha una visione diversa dal cittadino qualunque, e lo dico da uomo della strada. In altre parole, la situazione è un po’ più complessa.

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3 pensieri su “Intellettuale/Uomo della strada: e se la situazione fosse un po’ più complessa?

  1. Il discorso è complesso e merita un approfondimento. In linea teorica direi che un intellettuale (vero) avendo maggiori conoscenze e capacità riesce a vedere più lontano ed in maniera più precisa e quindi generalmente tende a prendere le decisioni “migliori”, migliori ovviamente secondo il suo punto di vista. Come esempio direi un Eco, anche lui ha avuto le sue cadute di stile ma era capace di argomentare e discutere.
    Poi ci sono i pseudointellettuali che si possono dividere in due grandi gruppi: i placcato cultura, quelli che si sparano pose da intellettuali impegnati ma son incapaci di vedere ad un palmo dal loro naso e spesso passano ore ed ore a masturbarsi guardando il proprio ombelico, Moretti&co, e gli sciroccati patologici che confondono realtà e fantasia, gente come pippa bacca per intenderci.

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