Il paradosso dell’antipolitica

Spesso, quando si parla di antipolitica, sottointendendo le sue variabili odierne (populismo, gentismo, ecc…ecc…) si trascura un dettaglio non di poco conto, che è la qualità della classe dirigente.

Tutti noi ci ricordiamo la teoria secondo cui se mettiamo mille scimmie in una stanza a battere i tasti su macchina da scrivere forse scriveranno il miglior romanzo del mondo, ma proviamo un attimo a mettere le stesse scimmie dentro la sezione di un partito/movimento dir si voglia e farle scrivere il programma delle elezioni. Dopo un milione di anni probabilmente arriveranno a scrivere il miglior programma politico che ogni partito sognerebbe di scrivere, ma nel frattempo avranno scritto una montagna di merda.

Ora, fino a quando tu scrivi un romanzo, bello o merdoso che sia, le conseguenze saranno effimere, in quanto un libro si può leggere o non leggere (se poi si è analfabeti funzionali, il problema manco si pone). La questione cambia quando si parla di programmi politici, perchè questi hanno come obiettivo determinare le linee guida che la società dovrà seguire negli anni a venire.

Prima di parlare di questo punto, facciamo un attimo un passo indietro.

Capiamo innanzitutto come si genera un partito “anti-politico”. I movimenti “populisti” e “anti-elitisti” sviluppatisi negli ultimi vent’anni hanno nella maggior parte dei casi delle caratteristiche:

  • struttura leaderistica e aziendalizzante del partito in contrapposizione alle strutture organizzative tipiche dei partiti tradizionali;
  • candidati selezionati senza esperienze politiche, ma con esperienze nel mondo professionale;
  • programmi politici molto sfumati, volti a tentare di soddisfare gli interessi di tutti.

Vedete anche voi come questi punti derivino dalla scelta di contrapposizione verso i partiti tradizionali/di sistema. Si sceglie infatti una struttura leaderistica e centralizzata per contrapporsi alla gestione congressuale e collegiale dei partiti classici; si scelgono candidati che praticano mestieri diversi, alcuni anche molto professionalizzati, ma che non hanno alcuna esperienza politica e si sceglie di proporre programmi supersfumati per tentare di accontentare gli elettori di tutti i campi politici, in contrapposizione alla visione di classe.

In poche parole i movimenti “anti-politici”, che dicono di presentarsi in lotta contro l’establishment e il potere corrotto non mirano tanto a superare le storture comunque intrinseche nel sistema, ma semplicemente cercano di negarle e basta. Un esempio è la questione del mandato temporaneo e la polemica sui “politici di mestiere”. Sul primo punto, il ragionamento che questi signori fanno è più o meno questo:

Il potere corrompre —-> I politici sono corrotti perchè hanno potere

I politici hanno potere perchè stanno troppo tempo sulla poltrona —–> Bisogna limitare il mandato dei politici.

In sostanza, sono convinti che inserendo un vincolo temporale il problema della corruzione verrà sistemato. Peccato che la corruzione sia un fenomeno endemico a qualunque sistema politico, e tra i vari sotterfugi il limite di mandato resta solo un palliativo che non risolve di certo il problema.

La critica ai politici di mestiere, invece, si rifà all’idea sbagliata che la politica non sia un mestiere, ma sia una roba tipo la filosofia moderna dove si chiacchera del nulla. Niente di più falso. La politica non richiede fantasticherie intellettuali, richiede la capacità ferrea di gestire situazioni intricate, portare avanti relazioni internazionali e scegliere le strategie del futuro. Non si ha tempo di discutere sul senso della vita, del mondo e di tutto quanto.

Siccome però il politico viene scambiato per un filosofo, in quanto uso ad usare paroloni forbiti e linguaggio retorico, ecco che tutti credono che la politica non sia una cosa seria e quindi la può fare chiunque sappia un paio di parole in più rispetto ai suoi amici di bevute all’osteria.

Il punto centrale della discussione è che quando fai un movimento politico che mira a contrapporsi, negando, l’attività politica  e la sua professionalità non farai altro che attirare masse di persone che con la politica hanno sempre avuto un rapporto livoroso o diffidente, che una volta andati al governo faranno una fatica bestia a districarsi nella gestione della cosa pubblica. Per giocare in serie A hai bisogno di persone che possano giocare in serie A, se prendi persone che hanno sempre schifato il calcio o hanno sempre giocato in serie B non vai molto lontano.

E qui torniamo al punto di prima.  Cosa succede se la montagna di merda vince le elezioni e deve applicare il programma? Non potrà fare nulla, perchè a furia di promettere l’impossibile andrà a sbattere il muso contro la realtà.  Si apre quindi un nuovo scenario: il programma è irrealizzabile, gli eletti non sanno che pesci pigliare e la gente che li ha votati chiede al più presto il cambiamento tanto promesso. Possono andarsene? No, perchè hanno appena vinto e non possono far credere di aver scherzato, ma al contempo non possono realizzare il loro programma impossibile. Hanno quindi una sola carta: devono affidarsi a qualcuno che gestisca per conto loro la baracca.

Storicamente, tutti i partiti con tendenze populiste, una volta preso il potere hanno dovuto affidarsi a una classe di tecnici e notabili che gestisse i centri nevralgici dell’apparato istituzionale. Prendiamo il fascismo. Mussolini, prima di andare al potere, aveva tra i suoi bersagli preferiti i banchieri, i socialisti, gli intellettuali e i massoni. Cosa fece quando prese il potere? Mise alle finanze un banchiere, alla gestione dell’IRI un economista socialista, all’istruzione un accademico e alla Guerra un militare. Costruì quella che oggi verrebbe chiamato governo tecnico, ma la cosa più grottesca era che buona parte dei ministri del suo governo non erano neanche iscritti al Partito Fascista. Perchè non mise uomini del PNF a ricoprire incarichi ministeriali, eccetto alcuni dicasteri? Perchè evidentemente tra le sue schiere non c’era un solo militante in grado di ricoprire i ruoli più importanti per la gestione del paese. Mussolini, insomma, sapeva bene che se avesse messo un Farinacci o uno Starace all’economia, l’Italia sarebbe andata in bancarotta dopo neanche due mesi e quindi preferì affidarsi a un banchiere capitalista e a un professore socialista per gestire l’economia.

Ho fatto l’esempio del fascismo perchè fu il movimento anti-politico più importante ed influente nel panorama politico, ma si possono fare anche esempi recenti e che non c’entrano col fascismo.

Prendiamo il M5S, quando è andato al governo nelle grandi città come Parma e Roma, ha impiegato molto tempo per allestire la giunta comunale. Questo perchè? Perchè dovevano cercare dei tecnici che occupassero i posti più imporanti. E io mi chiedo, ma non potevano fare una selezione interna tra i militanti? Evidentemente hanno ritenuto che tra i membri del movimento non ci fossero persone con le sufficienti competenze per dirigere determinati assessorati, e quindi hanno fatto una selezione in ricerca di professionalità specifiche.

Questo è il paradosso che devono affrontare i movimenti antipolitici. Possono mettere al primo posto la genunità e l’onestà rispetto alle competenze, ma se ti serve qualcuno che tenga il timone, ti serve per forza un marinaio, a prescindere se sia un buzzurro, un burocrate o viene da una realtà politica diversa dalla tua.

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3 pensieri su “Il paradosso dell’antipolitica

  1. Il fatto è che per militare o simpatizzare per il suddetto movimento bisogna avere delle evidenti carenze in praticamente tutto: non possono mettere nessuno dei loro. La stessa Virginia Raggi per il bene del partito, e del comune, sarebbe dovuta essere sostituita da un tecnico.
    Curioso come però, l’avvocato non venga scambiato per un filosofo. Credo perché non sia solo una questione di linguaggio ma l’idea romantica degli ideali che ogni politico ed ogni partito dovrebbero rappresentare per il popolo.

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  2. L’ha ribloggato su Cavolate in libertàe ha commentato:
    Un’ottima analisi. E’ il paradosso dell’antipolitica quando arriva al potere, o diventa politica o implode. Come è capitato con la sinistra alternativa cooptata da Prodi nel 2006. Perché grillo sfanculò Bersani, e segretamente benedisse l’inciuccio? perché poteva farne di cotte e di crude all’opposizione mantenendo la verginità antipolitica. A roma, dove giocoforza deve invece fare politica, si tutte le contraddizioni stanno saltando fuori. La Taverna, nel definire Roma “una trappola” aveva visto giusto.

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    • Il problema è che l’antipolitica non può diventare politica, in virtù dei limiti che ho evidenziato. Il problema è che, proprio alla luce di questi problemi, l’antipolitica apre le porte alla tecnocrazia, se non a qualcosa di peggio.

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