Il tasso variabile nooon si scorda mai

Giorni faa uscii reduce da una discussione su twitter in cui si parlava di euro. Discussione che alla fine mi ha spinto a cancellarmi dal social, perchè se tu scrivi capra e chi ti legge capisce cavolo capisci che  forse è inutile continuare a discuterci sopra, anche perché non era la prima volta che accadeva (anche se in questi ultimi caso l’euro non c’entrava niente). Twitter insomma non è un buono strumento per discutere di temi importanti (nemmeno per cavolate come il calcio, lo dico per esperienza personale).

Non ricordo neanche da dove fosse scaturita la discussione, comunque era inerente ai possibili svantaggi di un’uscita dall’Italia dalla moneta unica. Mentre c’erano alcuni che dibattevano e controbattevano almeno portando dati, vidi un commento che mi parse un semplice slogan: “si chiude e poi si riparte” mi pare dicesse. Il succo era, almeno stante la mia interpretazione, che qualunque cosa dovesse succedere, poco male, l’importante è che poi si risale. Ora, siccome discorsi simili si sentivano anche nel ’93 (anno di tangentopoli) e nel 2011 (anno delle dimissioni di Berlusconi) e non mi pare che l’Italia sia ripartita dopo tali “fausti” eventi, anzi. Mi sentii quindi di dire la mia, e a quel punto un altro intervenne citandomi i benefici della svalutazione del ’92.  Ora, a me della svalutazione del ’92 non fregava niente, perchè il mio discorso toccava temi un tantinello più complessi che ho riassunto in questa frase:

“Non sono i tassi di cambio a far sviluppare le civiltà, ma la politica”

Nessuno capì questa mia frase, tant’è che qualcuno addirittura la interpretò come una difesa da parte mia del mercato libero ma coi cambi fissi (#DAR), e nonostante mi sia munito di pazienza spiegando la mia posizione sia al primo sia al secondo non ho trovato riscontri. Quindi ho lasciato perdere.

Siccome però qua non siamo più su twitter ma sul mio blog, dove le cose le posso spiegare per benino senza limiti nei caratteri proverò a spiegare meglio il mio pensiero (sperando che qualcuno capisca, o almeno provi a voler capire).

Supponiamo che un giorno in un ospedale arrivi un nuovo farmaco per guarire le più atroci malattie. Miracoloso! Direte voi. Chi soffrisse di malattie incurabili farebbe carte false per farsi ricoverare lì. Però … c’è un piccolo problema: il personale del nostro ospedale è composto da una manica di imbecilli dal primario all’infermiere che prepara i caffé per i turni di notte, talmente capre da non saper neanche sterilizzare una siringa.

Fatto questo esempio introduttivo vediamo di andare al sodo.Mettiamo che un governo decida di uscire dall’euro e di svalutare la moneta per rendere i prodotti più competitivi sul mercato. Bene, con la classe politica che vi tenete in casa quanto pensate possano durare i vantaggi della svalutazione? Questo è un punto che mi pare alquanto sottovalutato, e secondo me è un errore, visto che tu potrai avere la  locomotiva più veloce del mondo, ma se il tuo macchinista è un interdetto ubriacone non so che fine farebbe la tua locomotiva.

Quando si parla di svalutazione si parla spesso degli anni ’70. È vero che in quegli anni i governi fecero spesso uso alle svalutazioni, ma si trascura un piccolo dettaglio. In quelli anni, nel Parlamento sedevano loro:

05-politici-prima-repubblica-i
affidereste i vostri surplus commerciali a loro …

 

Oggi invece ci stanno questi:

III Repubblica
… o a loro?

 

Andiamo a un altro punto, la svalutazione del ’92. Sicuramente avrà portato dei benefici, ma non mi pare che essi siano durati a lungo. A tal punto, vorrei ricordare che, gli anni ’90 furono gli anni della Ii Repubblica e del “ricambio generazionale”(1) e non mi pare che ci fossero stati grandi statisti allora.

Questo grafico del FMI mostra infatti come negli anni ’90 furono un periodo di stagnazione, compensato solo da un picco a ridosso del 2000, salvo poi assestarsi a livelli più bassi dei precedenti:

FMI

 

Voi mi direte: sì ma in quel periodo l’Italia entrò ufficialmente nell’euro. Vero, ma l’Italia non ci entrò da sola, ma in virtù di una precisa scelta politica (se dovuta all’incompetenza o in risposta a un progetto preciso lo decideranno i posteri).

Questo è infatti il problema di un certo economicismo. Vedere le cose solo dal punto di vista dei numeri (importante, per carità) ma non tenere conto che l’economia politica si chiama così perchè per l’appunto non è come l’economia aziendale, che tiene solo conto dei numeri iscritti a bilancio, ma deve anzi tener conto di un fattore fondamentale: il fattore “P” il quale è sempre e comunque quello determinante.

Chiediamocelo: è stata per caso la flessibilità del cambio a permettere a Giulio Cesare di passare il Rubicone? E’ stata per caso la flessibilità tra il denaro franco e il tarì a permettere a Carlo Martello di scacciare i Saraceni dall’Europa?

Quello che sto sostenendo è una cosa molto semplice, che so condividono anche a noeuristi, ossia il primato della politica sull’economia. Eppure nonostante abbia provato a spiegarlo mi sono preso del liberista. Vabbé, come dicevano gli antichi: sic transit gloria mundi.

 


(1) Ricambio fatto mettendo due vecchi alla guida dei rispettivi schieramenti politici, e poi si lamentavano di Andreotti…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Annunci