Reddito di cittadinanza Vs piena occupazione

 

Capita spesso di notare che quando si parla di reddito di cittadinanza, sul web si aprono dibattiti incandescenti tra due fazioni contrapposte: i favorevoli e i contrari. Il problema di entrambi gli schieramenti è che ambedue pongono le loro tesi su fatti e contro argomentazioni e assiomi talmente astrusi che non fanno altro che portare la discussione a un punto morto senza che si sia trovata una risposta definitiva al problema. Andiamo ad analizzare.

Le tematiche principali portate in auge dai favorevoli al reddito di cittadinanza (che per comodità chiameremo redditualisti) si basano su un assioma generale, che è l’ipotesi neoluddista. In pratica secondo loro la causa principale della disoccupazione di massa sarebbe l’eccessivo sviluppo tecnologico che avrebbe portato all’automazione delle fabbriche e di conseguenza all’espulsione di migliaia di lavoratori dall’industria. Ora, utilizzare questa argomentazione per legittimare la necessità di un reddito sconnesso dal lavoro è assolutamente fallacie e fuorviante, per il semplice motivo che è priva di fondamento. Dal 1775 ad oggi, ogniqualvolta che si passa da un ciclo industriale all’altro si tira sempre fuori la teoria distopica che le macchine rubano il lavoro agli operai, quando sono ormai 350 anni che assistiamo al fenomeno diametralmente opposto. Consideriamo un fatto appurato, ci sono paesi come la Germania dove il tasso di disoccupazione è al 4.5% mentre il tasso di occupazione è al 12.4%. Se dovessimo dar retta all’ipotesi neoluddista in Germania ci sono più occupati che in Italia perché quest’ultima è più automatizzata della Germania, per non parlare dei paesi del III mondo dove è rinomato che l’acqua nel fiume non le raccolgono più le dolci bantù con la collana di ossicini ma robottini domestici appositi.

Tuttavia un argomento che potrebbe trovare validità nell’ipotesi redditualista c’è, ed è quello oggettivamente in atto della scissione tra attività lavorativa e remunerazione. In molti settori del mondo del lavoro e in molte figure professionali, la maggior parte delle quali con un forte investimento in capitale umano sussiste una fattuale attività lavorativa (quindi non possono essere considerati disoccupati) ma che nonostante ciò non ricevono né uno stipendio né un compenso per i propri servizi svolti. Questo fenomeno si nota tra le giovani generazioni (stagisti, assunti con contratti a progetto, etc…) ma anche tra professionisti, avvocati, commercialisti, piccoli-medi imprenditori, figure professionali che un tempo componevano la classe media, oggi sempre più assottigliatasi. Queste persone lavorano spesso a ritmi serrati ma nonostante questo non vengono retribuiti per il proprio lavoro. Una sorta di schiavitù formale, solo che in questo caso non ci sono fruste e catene ma solo portafogli vuoti, e più tempo il portafoglio resta vuoto meno tempo impiega il mercato per espellerti. Se i redditualisti vogliono portare un argomento a supporto della propria tesi dovrebbero concentrarsi su questo punto, anziché tirare in ballo fantasie anacronistiche.

Un altro argomento spinoso correlato alla questione RdC è il suo finanziamento. Questo è in gran parte il tema dove lo scontro tra gli occupazionisti e i teorici del reddito libero si scontrano più frequentemente. In particolare la maggior parte di loro accusa i redditualisti di usare il RdC come grimaldello per convincere le masse a restare nell’euro e trasformare quindi il reddito suddetto in un “contentino” da dare ai poveri diseredati finanziandolo con drastici tagli al welfare e la spesa sociale. Tenendo conto che lo stesso discorso potrebbe farsi anche per chi propone un’aliquota unica del 10% o chi invece vorrebbe raggiungere la piena occupazione con politiche keynesiane è ovvio che in una situazione di vincolo esterno e parametri di bilancio da rispettare il reddito di cittadinanza sarebbe impossibile applicarlo, forse anche tagliando la spesa sociale, ma i redditualisti rispondono a queste polemiche sostenendo che il reddito non sarà finanziato tagliando la spesa sociale ma soltanto limitandosi a tagliare gli sprechi. Politica apprezzabile ma sicuramente di corto respiro. Che in Italia ci siano molti sprechi a livello pubblico una spesa fuori controllo è indubbio ma finanziare il reddito semplicemente con queste risorse sarebbe come voler far crescere un’oasi nel deserto con un secchiello d’acqua. I redditualisti guadagnerebbero più credibilità ammettendo semplicemente che il RdC andrebbe finanziato con spesa a deficit, e quindi rinunciando al rispetto dei vincoli europei e magari uscendo dalla moneta unica.  Toglierebbero così un argomento in mano agli occupazionisti (la maggior parte ferocemente anti-euro) e tutti coloro che vedono nell’ipotesi RdC una longa manus neo-liberista.

Passiamo adesso alle considerazioni dei critici del RdC, che abbiamo deciso di chiamare “occupazionisti” in quanto contrappongono il reddito di cittadinanza alla “piena occupazione”. In realtà quando sento parlare questi signori di piena occupazione stento a capire a che cosa si riferiscono. Cosa vuol dire infatti piena occupazione? Un sistema dove il 100% della popolazione ha un lavoro? Se è così paventano una situazione che si è vista soltanto nei paesi comunisti dell’Europa dell’Est, ma non credo che si possa riporre questo modello, c’è da dire che gli unici paesi occidentali che si sono quantomeno avvicinati alla piena occupazione erano paesi in promiscuità dello stato di guerra(1) dove tutte le forze erano assiduamente mobilitate in funzione della ragion di stato(2).

Gli occupazionisti spesso poi accusano i redditualisti di voler in qualche modo “legalizzare” l’esercito di riserva dei disoccupati fornendogli un sussidio assistenzialista anziché un lavoro vero e proprio utile solo a consumare per mandare avanti la macchina capitalista. Questa ricorda la vecchia tesi marxista delle “concessioni della borghesia”, non si capisce poi che male ci sia che il povero che riceve questo reddito vada a spenderlo. Sembra che ormai gli intellettuali, o quelli che si credono tali, confondono il consumo con il consumismo. Il primo è una condizione fisiologica dell’individuo, l’uomo infatti ha bisogno consumare per vivere, altrimenti muore, diverso però è il discorso del consumismo dove l’uomo non consuma più per vivere ma vive per consumare.

La maggior critica posta al redditualismo è che l’introduzione di un RdC potrebbe scoraggiare le persone a ricercare un lavoro, incrementando così la disoccupazione e la deflazione dei salari. Questo però non è assolutamente accertato che avvenga. Ricordate i tempi delle baby pensioni? Molti lavoratori, dopo aver iniziato a lavorare a 18 anni decidevano di andare in pensione a 40-45 anni. Cosa facevano poi questi soggetti? Se ne andavano ai giardinetti a gettare molliche di pane ai piccioni? No, anzi. Andavano a cercare un lavoro in nero. Ovviamente questa è una cosa che nessuno auspica, tuttavia il RdC a contrario della pensione non dovrebbe presumere l’impossibilità di lavorare ancora, ma dovrebbe semplicemente essere complementare al salario percepito.

Ultima critica mossa dai critici del RdC è che esso potrebbe essere utilizzato come strumento di ricatto da parte del politico di turno che potrebbe erogarlo o sottrarlo in maniera del tutto arbitraria ai cittadini, se esso non adempie ai servigi richiesti. Lo stesso discorso, però, si potrebbe fare anche per le politiche di piena occupazione. Mettiamo che Tizio è disoccupato e Caio che di mestiere fa il politico gli propone un lavoro a patto che lui e la sua famiglia gli diano il voto. Se Tizio non mantiene la promessa, Caio potrebbe usare la sua posizione per licenziarlo o esercitare mobbing nei suoi confronti.

Concludendo, né i redditualisti né gli occupazionisti sembrano aver gli strumenti adatti per poter avvalorare le proprie tesi e rendersi credibili agli occhi dell’interlocutore. L’unico risultato che riescono ad ottenere è invece sbattere il naso tra di loro e non riuscire a prevalere. Personalmente ritengo giusto pensare all’istituzione di un sussidio universale che complementarizzi ma non sostituisca il salario. Ma perché esso sia sostenibile nel lungo periodo deve essere accompagnato da politiche di sviluppo industriale e crescita economica. Il semplice reddito senza lavoro potrà liberare il paese dalla crisi, ma nemmeno il semplice lavoro senza definire un minimo di reddito garantito potranno ottenere risultati migliori.

 

(1) Spesso quando si parla di piena occupazione nei paesi occidentali si ricordano sempre la Germania nazista e l’Inghilterra durante la II Guerra Mondiale. Eppure anche in tempi recenti un paese riuscì a raggiungere un livello prossimo alla piena occupazione: l’America di Clinton degli anni ’90.

(2) Nella Germania nazista, ad esempio, una volta al mese i giovani tedeschi erano chiamati a lavorare gratis nelle fabbriche germaniche in nome del bene supremo della nazione. E’ così che è nata la Wolksvagen.

Annunci