La mirabolante epopea dell'”antifascismo” sanitario

Non sono un grande fan dell’assioma secondo cui in Italia ci sono due tipi di fascisti, visto che diverse volte viene utilizzato in senso qualunquista, ma visto come la faccenda sull’obbligo vaccinale stia diventando grottesca, devo dire che in questo caso calza a pennello.

Il fatto che un gruppo di estrema destra protesti contro la “dittatura sanitaria” e chieda “progresso” non c’è da stupirsi. Da anni ormai parole come “fascismo”, “deriva autoritaria”, ecc…ecc… hanno subito tanti di quegli abusi e contro abusi, sia da una parte che dall’altra, che ormai anche quelli di estrema destra si sono fatti furbi e lo usano contro l’avversario(1).

Tra l’altro questo episodio è solo l’ultimo di una spirale di stronzate da parte dei cosiddetti “antifascisti” sanitari. Se avete abbastanza pelo sullo stomaco per andare a sbirciare sui social o sui forum cosa dicono questi neo-ciennellini per il morbillo libero ci troverete robe che manco nelle birrerie bavaresi ai tempi del progetto Aktion 74 si osavano dire. Gente che a cuore aperto dice di preferire vedere ammalati i figli piuttosto che regalare i soldi alle multinazionali cattive, persone che “piuttosto che far bucare il mio pargolo abortisco”, ed altri con la faccia di merda (di merda, si) dare contro a disabili e obesi perché per colpa loro, della loro stessa esistenza, la sanità costa troppo (invece una epidemia fa risparmiare soldi, eh!).

E mi chiedo poi, cosa faranno queste teste fine quando scopriranno che buona parte dei vaccini sperimentali provengono da Israele? Faranno un’alleanza coi BDS? Chi può dirlo.

Che dire, pertanto? Se gli “antifascisti” sanitari sono questi personaggi,  tanto vale essere fascista. Perchè i fascismi  passano, le pandemie restano.

 


(1) Tempo fa, su un forum che frequentavo, uno degli utenti, con evidenti simpatie neonaziste aveva postato un articolo di Finklestein contro Israele, un utente ebreo sionista giustamente lo prese a parole e quello per risposta gli diede del “nazista con la stella di David”.

Twin Peaks – Il ritorno (recensione episodi 1 -2)

Dopo una lunghissima attesa, sono stati finalmente trasmessi i primi due episodi della terza stagione di Twin Peaks, serie culto degli anni ’90 nata dalla mente torbida ma geniale di David Lynch e da Mark Frost. Lynch, che ha voluto si mantenesse il massimo riserbo sulla trama, ha detto che Twin Peaks 3 non è un semplice sequel, ma un film lungo 18 puntate da gustarsi in compagnia di un buon bicchiere di vino. Devo dire che le premesse sono state sincere. Tuttavia, causa il fatto che sono astemio, ho rinunciato al vino e ho ripiegato con un calice di coca-cola con ghiaccio, ma ne è valsa comunque la pena.

AVVISO SPOILER: Se non hai ancora visto le prime due puntate e non vuoi rovinarti la sorpresa, non proseguire la lettura. 

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La melma

Vorrei parlare degli ultimi casi di “psicosi” collettiva che si sono avvicendati nelle ultime due settimane. Chi mi conosce sa che ho una pessima opinione dei social network, dai quali tendo a tenermi il più lontano possibile. I social network, dal mio punto di vista, sono la droga del III millennio, i cui danni sono potenzialmente maggiori della LSD.

Ma partiamo con ordine.

Quale giorno fa, un ragazzo, è stato vittima di una chiara azione diffamatoria che li ha buttato addosso quintali di merda liquida. Questo caso è emblematico perchè è una prova in più di quanto da anni sostengo, ovvero che facebook e social vari non siano un innocente strumento di interazione ma una gigantesca trappola per topi.

Innanzitutto ho letto di gente che minimizza simili accaduti perchè “fintanto che restano su internet, qual è il problema?”. Sinceramente non so in che luogo vivano quelli che se la ragionano così. Forse in una baita dell’Aspromonte o in una caverna sperduta in qualche villaggio di montagna, perchè nel 2017 si dovrebbe ormai sapere che la questione della separazione tra conseguenze nel mondo virtuale e mondo reale è nulla. E questo stesso caso lo dimostra. Ma anche se materialmente non fosse successo niente, faccio questo esempio: mettiamo che qualcuno, una volta visto il messaggio sui social, in buona fede, vada dai carabinieri a sporgere denuncia per pedofilia. Qualcuno avrebbe potuto aprire un’inchiesta, che magari sarebbe finita nel vuoto, ma avrebbe potuto comunque comportare delle seccature, sia alle forze dell’ordine, che avrebbero perso tempo a cercare il mostro in un fuoco di paglia, e sia per la vittima, perchè si sarebbe comunque visto protagonista di una denuncia per qualcosa che non ha mai fatto. E’ un po’ troppo kafkiana come supposizione? Può darsi, ma non sarebbe la prima volta che scoppiano casi giudiziari che poi si rivelano clamorose patacche.

Nel caso del ragazzo questo “per fortuna” non è avvenuto, ma solo perchè la platea degli utenti dei social sono talmente storditi da preferire chiedere l’amicizia a un presunto delinquente per insultarlo che andare a denunciare (in compenso qualcuno gli ha distrutto il bar, il braccio violento della legge fai da tè).

Passiamo al secondo caso.

Questa settimana passerà probabilmente alla storia per la nuova psicosi collettiva proveniente dalla Russia, chiamata “Blue Whale”. In pratica, questa roba dovrebbe essere una specie di challenge nata su un social russo di nome VK, che dopo una serie di torture, manipolazioni mentali, ecc…ecc… porterebbe al suicidio. Le “Iene” ci hanno dedicato sopra un servizio (opportunamente debunkato in questa live, che tratta proprio di questo tema e che consiglio di guardare).

Ora, siamo chiari. Non è che questo “gioco” non esista. E’ stato effettivamente arrestato un giovane deficiente che aveva cercato di adescare dei ragazzini con questa roba, ma effettivamente il fenomeno è molto, ma molto, sottodimensionato rispetto a quello che la maggioranza aveva creduto.

E quale grande risultato ha portato questo moto di allarmismo, indignazione gratuita, di profonde analisi sociologiche online sui gggiovani che non hanno più valori, che non credono più in nulla, si stava meglio quando si stava peggio, eccetera eccetera eccetera?

Che la folla virtuale, nell’impeto della difesa della moralità e dei propri pargoli, ha attaccato (telematicamente parlando) un ristorante, che aveva la colpa di avere lo stesso nome  del gioco, ma in Italiano. E oltre a questo alcuni hanno addirittura attaccato una app che permetteva di guardare documentari sui balenotteri.

Ora, ci sono tanti termini per definire personaggi di tal fatta. Gente che si beve tutto quello che legge su facebook, twitter e compagnia e poi inizia a muoversi come un sol uomo contro il bersaglio (il più delle volte falso) credendo di compiere un gesto eroico.

Li chiamano cretini, li chiamano deficienti? Io questi li chiamo TOSSICODIPENDENTI. Capite perchè prima ho scritto che i social sono la nuova droga del III millennio? Perchè ormai ci sono questi personaggi che basta che vedono, nemmeno un articolo, una foto con scritto sopra “CONDIVIDI SE SEI INDIGNATO ANCHE TU !!!!11111!!!” che entrano subito in uno stato di sovraeccitazione neuronale, in uno stato dissociativo che li rende pericolosi sia per sè stessi sia per gli altri. Se nel passato ci si faceva le pere al parco, ora ci si fa le seghe su facebook, o twitter, o ask.

canna
Un post al giorno toglie il medico di torno

 Sì, lo so, forse sono troppo duro… in fondo internet è solo uno strumento che può essere usato in un modo o nell’altro e che quello che conta è l’uso che se ne fa. Ma io infatti non ho nulla contro internet. La mia critica è sui social, che sono più inutili delle canne stesse, perchè almeno a fini terapeutici la marijuana la puoi usare, le cazzate che trovi su facebook e c. sono tossiche e basta. Roba da inserire nell’elenco delle droghe pesanti, insieme all’eroina e all’hashish.

Intellettuale/Uomo della strada: e se la situazione fosse un po’ più complessa?

Stavo leggendo un articolo che aveva per oggetto indiretto il caso delle dichiarazioni della Serrachiani in cui si criticava l’attegiamento degli intellettuali. La cosa mi ha fatto un po’ sorridere visto che anche l’autore è un intellettuale, e leggendo tra le righe sembrava indirettamente dare ragione alla visione di senso comune secondo cui il mondo si divida tra intellettuali colti e buonisti e uomini comuni razzisti.

Dal mio punto di vista di semplice uomo della strada ritengo che in realtà la situazione sia molto più complessa e molto più sfaccettata di quanto sembri.

Innanzitutto è alquanto manicheo considerare gli intellettuali quelli sempre buonisti e lontani dalla realtà, mentre il resto del genere umano, in quanto vittima delle turbolenze del tempo diventi razzista, violento, reazionario, ecc….

Prendiamo ad esempio le elezioni in Francia, si diceva sempre che la Le Pen era la candidata del popolo in lotta contro le elités, ovvero la candidata dei cosiddetti “perdenti della globalizzazione”. Se fosse davvero così non si capirebbe come mai era sostenuta anche da intellettuali più o meno di chiara fama, che non hanno mai vissuto un giorno della loro vita in fabbrica e che mantengono comunque un tenore di vita dignitoso. Prendiamo Fusaro, ad esempio. Fusaro è uno che ha raggiunto una certa fama, scrive libri per importanti case editrici ed è un ospite praticamente fisso in diversi programmi televisivi. Ora, secondo voi, uno così lo potremmo definire un “perdente della globalizzazione”? A me francamente verrebbe da considerarlo un “vincente della globalizzazione”, visto che il successo l’ha ottenuto proprio in piena epoca globalizzatrice. Eppure Fusaro era uno che aveva sostenuto la Le Pen, e così come lui altri intellettuali, magari meno famosi, ma di sicuro non gente condannata a vivere in qualche casa popolare in periferia, circondati da spacciatori e clandestini.

Ma oltre a questo potremmo pensare, ad esempio, anche a quelle infinite schiere di intellettuali che hanno a cuore la causa palestinese. Ora, a me non sembra che gli intellettuali tipo Chomsky abbiano avuto la mamma araba che è stata cacciata dall’esercito israeliano durante la I guerra arabo-israeliana. Eppure molti intellettuali sono anti-israeliani pur non avendo mai avuto a che fare con un israeliano in vita loro.

Sarebbe bastato citare questi piccoli esempi per, non dico mettere in crisi, ma avanzare una piccola confutazione a quanto descritto da questa persona. Ma prima di tutto chiediamoci: come mai allora questo paradosso? Qualcuno anni fa aveva scritto che Hegel era un coglione. Tuttavia, anche a un orologio rotto capita di segnalare l’ora esatta almeno una volta al giorno e questo è anche il caso di Hegel, il quale sosteneva: noi non siamo quel che mangiamo, ma quel che pensiamo.

Ciò non vuol dire che dietro alcuni comportamenti non ci siano delle motivazioni razionali. Io ad esempio ho scritto un articolo contro il buonsimo digitale perchè i troll mi stanno sul cazzo e non mi fotte niente di accoglierli sul mio sito. Ma poi c’è gente che nel mondo reale vorrebbe dare l’ergastolo a chi si beve un cognac e poi su internet sguazza allegramente col peggior becerume perchè tanto su facebook c’è la libbbertà.

Il fatto è molto semplice: il mondo non è diviso tra persone con una certa cultura che gli fa vedere il mondo in un certo modo e persone con una cultura più semplice che gli fa vedere il mondo in un altro modo. Il mondo si divide semplicemente in gente che la pensa in un certo modo e gente che invece la pensa in un altro modo.

Non è lo status a fare la differenza, ma l’ideologia.

Le leggi razziali e il conseguente olocausto non furono scelte dettate dagli umori dell’uomo della strada (oggi diremmo la pancia) ma da secoli e secoli di infamità diffuse e predicate dai teologi prima e dagli intellettuali poi. Il manifesto della razza fu redatto da intellettuali e come potremmo dimenticare il contributo di Heidegger che diceva che la Shoah fu colpa degli ebrei stessi perchè “non si erano voluti riformare”? Per carità. Probabilmente c’erano anche ampi strati di popolazione che erano antisemiti di loro, ma è anche vero che ci furono anche semplici cittadini che si ribellarono a quell’ondata di intolleranza (così come molti altri intellettuali, certamente).

Quindi no. Non penso sia esatto dire che l’intellettuale ha una visione diversa dal cittadino qualunque, e lo dico da uomo della strada. In altre parole, la situazione è un po’ più complessa.